News Da Tecnobios
Oltre il tumore
28 giugno 10
“Su 150 donne sottoposte a chemioterapia per un tumore al seno, solo una su tre era stata informata della possibilità di rimanere sterile”. Lo riportava quindici anni fa Christine Duffy della Brown University Medical School (Providence, Usa). Da allora, non solo è diminuita la mortalità per i tumori (in Italia la mortalità del cancro alla mammella, prima causa di decesso per neoplasia nella popolazione femminile, è calata del 20 per cento in dieci anni), ma è aumentata l’efficienza delle tecniche che permettono la conservazione della fertilità. Non è assolutamente detto, quindi, che una donna colpita da tumore e sottoposta a una terapia invasiva debba a priori rinunciare ad avere figli, una volta guarita.Il messaggio arriva forte e chiaro dalla Società Italiana di Conservazione delle Fertilità (Pro-Fert) che lo scorso 15 giugno ha chiamato a raccolta medici della Pma e oncologi per fare il punto sulle conoscenze oggi disponibili in tema di preservazione della fertilità nei pazienti oncologici.
Al momento sono due le possibilità per le donne che devono affrontare una chemioterapia o una radioterapia che mette a repentaglio la fertilità: la crioconservazione degli ovociti e quella del tessuto ovarico. La prima è la tecnica più sperimentata (nel mondo ci sono alcune migliaia di bambini nati da ovociti congelati, 254 presso il centro Tecnobios Procreazione dal 1996, e in Italia una paziente oncologica ha avuto una gravidanza da congelamento di ovocita alla fine della terapia); la seconda è molto più recente: sono appena 13 i bambini nati con questa tecnica (di cui nessuno nel nostro paese), e solo uno è stato concepito da una donna guarita da un tumore.
La tecnica della conservazione del tessuto ovarico consiste nel prelevare parte della corticale dell’ovaio (l’area in cui si trovano i follicoli). Il materiale viene poi tagliato in piccole strisce per due motivi: primo, per permettere al crioprotettore (il liquido che impedisce la formazione dei cristalli di ghiaccio durante il processo di congelamento) di penetrare uniformemente nel tessuto; secondo, per avere maggiori chanches facendo più reimpianti. Queste striscioline vengono infatti reimpiantate sulle ovaie, e poi si aspetta la vascolarizzazione del tessuto e che il ciclo ovulatorio riprenda normalmente. Di solito, se il reimpianto ha successo, sono necessari circa tre mesi prima di avere un’ovulazione.
“Le donne in età fertile che guariscono dai tumori sono in aumento ed è ovvio che, passata la malattia, vogliano poter tornare a una vita normale, ed essere mamme”, ha commentato Andrea Borini, presidente di Pro-Fert e responsabile scientifico di Tecnobios Procreazione: “Sappiamo che l’aspetto psicologico in questo frangente ha un peso enorme. Per la stragrande maggioranza di queste donne, sapere di aver messo da parte anche un solo ovocita, una sola possibilità in più, è fondamentale”. Nel caso in cui la donna non dovesse superare la malattia, le disposizioni prevedono che gli ovuli o il tessuto ovarico siano distrutti. “L’importante è che le donne siano informate, e questo spetta all’oncologo”, ha proseguito Fedro Peccatori, direttore del progetto “Fertilità e Gravidanza in Oncologia” dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano: “È ormai prioritario che i centri che si occupano di oncologia dell’età fertile abbiano un referente che prenda in carico la paziente per questo aspetto”.
E c’è un altro motivo per cui oncologi e medici della Pma devono collaborare. Si sa infatti ancora molto poco circa l’effetto dei nuovi farmaci anti-tumorali sui gameti, e sono necessari studi per delineare linee guida che accompagnino i medici nelle decisioni da prendere di volta in volta, a seconda della patologia, delle terapie disponibili e dello stato della paziente. Per questo Pro-Fert sta organizzando dei gruppi di lavoro che vedranno coinvolti entrambe le categorie di medici. “L’infertilità è una malattia, anche per la disperazione che causa”, ha concluso Carlo Flamigni, decano della procreazione medicalmente assistita: “La salute è un diritto, alleviare il dolore è un dovere del medico. Oggi diritto e dovere si stanno in qualche modo incontrando. L’importante è che l’etica medica sia basata sull’onestà: dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti e ammettere che ci sono ancora molte cose da comprendere nel campo della procreazione assistita”.
